L’immagine che non c’è: agenzie in cerca di identità

Le agenzie e il caso KilimangiaroDopo il caso di Kilimangiaro, idee e proposte per ottenere il rispetto di media, istituzioni e mercato. «Le agenzie sono care, meglio le associazioni»: è l’ultima denigrazione uscita dai grandi media. Stavolta da Kilimangiaro, la trasmissione della domenica pomeriggio su rai 3, che ha scatenato una valanga di proteste, non solo sui social. Gli agenti napoletani hanno protestato di fronte alla sede della RAI, alla quale Fiavet nazionale ha scritto chiedendo ragione. AIAV ha querelato tutti, conduttrice, redattrice, direttore e regista di Kilimangiaro. Ma è chiaro che il problema è a monte, ed è il problema di immagine di una categoria disunita che non riconosce se stessa, vittima di una lunga crisi di identità, inconsapevole del proprio ruolo. Ignorata dalle istituzioni e per l’appunto dai media. Un problema da affrontare per forza, su un mercato definitivamente globale, sempre più sfidante. Alle agenzie abbiamo chiesto proposte per affermare anche in Italia un’identità che la categoria ha già solidamente affermata, ad esempio, in tutto il mondo anglosassone. Albo professionale, lotta all’abusivismo, rifondazione delle associazioni: sono alcune delle idee più diffuse.

 

Solo una associazione di professionisti, non di imprese, ci darà immagine e identità

Pino Colicchio, TV TRavel, Senago

«Il problema di immagine, e di identità professionale, è serio e antico, Kilimangiaro è solo l’ultimo di molti episodi. Credo che per risolverlo una volta per tutte serva una nuova associazione, da rifondare in base a requisiti professionali del singolo agente di viaggi. Un’associazione di persone, non di imprese. Che ci rappresenti in tutte le sedi e alzi la voce quando serve.
«Si dovrà studiare un sistema di riconoscimento dei professionisti, con un attestato in quanto agente di viaggi vero, non come quelli camuffati da certi sistemi di affiliazione. Si potrebbe partire dalla direzione tecnica effettiva, pensare a un esame e studiare un percorso di formazione interno alle imprese. Negli Usa c’è un sistema di qualificazioni di livello crescente e per specializzazioni, potremmo fare lo stesso, non è impossibile.
«Siamo liberi professionisti, solo con un albo professionale saremo riconosciuti in quanto agenti di viaggi, e forse svilupperemo il corretto senso di appartenenza a una categoria che produce business complesso e di valore. E che quindi è anche una forza economica sul territorio. Perché oggi ogni cliente compra da uno preciso dei miei collaboratori nel quale riconosce il professionisti, non compra da un tour operator o da un fornitore.
«Il nostro ruolo non può essere delegato solo alla Fiavet che è legata alla politica, e non si può neppure demandare ai network che hanno i loro interessi. Fin qui in Italia tra associaizioni e network siamo solo stati capaci di fare una gran confusione».
«E infine Kilimangiaro sbaglia perché io vedo che c’è un ritorno molto forte in agenzia dei clienti stufi delle olta, di perdere tempo senza alcuna consulenza. Stiamo andando forte, è una buona stagione, il mercato è attento alla filiera».

«Le istituzioni ci mancano
di rispetto, non i clienti»

Federica Falchetti, Alipan, Roma

«Ben vengano gli incidenti come questo di Kilimangiaro, che dimostrano il ridicolo della situazione: il giorno dopo quelle affermazioni tutte le associazioni avrebbero dovuto intervenire con una sola voce, non con una blanda lettera di protesta alla Rai. Ma il problema è a monte, i media cadono nel mare di poca trasparenza sul quale poggia l’intero turismo organizzato.
«Perché i clienti ci rispettano. Non le istituzioni: perché non abbiamo margini e per chi ci governa non siamo neppure un business. Il che è un evidente effetto della pessima qualità della politica italiana. Forse solo con Franceschini e con Calenda si è capito che di questo business enorme in Italia restano le briciole. Allora si sono mossi in qualche modo per l’incoming. Invece l’outgoing ha solo 8mila imprese, il 60% sono ditte individuali viste come potenziali evasori. Per loro non contano i nostri circa 20mila posti di lavoro, le 20mila famiglie che se queste imprese chiudono non pagano più tasse.
«Dunque scendere in piazza, strepitare in piccoli gruppi non serve a nulla, sono esagerazioni inutili. Ci vorrebbe un’associazione seria, invece ognuno guarda la propria piccola fetta di potere, e fa gli interessi di una minima parte delle imprese. Manca l’accordo, manca una visione».

«Ma facciamocelo noi un Kilimangiaro come si deve!»

Francesca Bedei, Millepiedi, Ravenna

«Credo che l’albo sia una buona idea. Isolerebbe l’abusivismo, definirebbe la professione, sarebbe lo strumento che ci legittima chiarendo che i nostri diritti di prenotazione non sono un costo in più ma il pagamento di un servizio, fornito con competenze complesse, formazione e aggiornamento costante.
«Per Kilimangiaro poi non è la prima volta, la Colò faceva di peggio. Mi piacerebbe un’associazione che sia fonte privilegiata di informazione per tutti i media, consultata come quelle degli altri settori. La Rai e gli altri media non sanno chi siamo, anche se spesso viaggiano a spese dei tour operator, e al ritorno criticano.
«Ma se noi agenti di viaggi avessimo un organo di categoria ben fatto, che racconti di tutte le responsabilità che ci assumiamo, della nostra consulenza che evita tanti problemi, che spesso fa anche risparmiare.
«Ora con le nuove norme la gente deve sapere che se si rivolge a un’agenzia è davvero molto tutelata. E invece temo che non lo sapranno mai, con queste associazioni che si muovono in ordine sparso. «Insomma o ci facciamo il nostro di Kilimangiaro, o non se ne uscirà mai».

Killimangiaro«Il vero problema è la nostra poca consapevolezza»

Laura Sivilotti, Legnone Tours, Colico

«L’incidente di Kilimangiaro dovrebbe essere l’occasione per farci sentire. E per prendere coscienza, perché il problema di immagine alla radice è un problema di consapevolezza.
«Siamo consulenti da tanti anni e ci vergo-gnamo di esigere una fee di servizio. Quando Alitalia ci ha tolto le commissioni ci sembrava di rubare a chiederla. Invece di chiederci perché mai dovremmo lavorare gratuitamente. Prima di tutto facciamoci pagare, che fa bene all’identità.
«Con i clienti la credibilità te la guadagni sul campo, e non la perdi più. Ma di fronte al resto del mondo ci vorrebbe davvero un albo dei professionisti, con step formativi per qualificarsi. Intanto basta con il direttore tecnico prestanome, e basta protestare in ordine sparso, con la presa di coscienza forse verrà anche un po’ di coesione.
«Qui a Lecco l’Unione Commercianti ci sostiene con sponsor e patrocinio in una campagna contro l’abusivismo, che comunica il valore delle agenzie vere anche ai media locali. Andrebbe fatto anche a livello nazionale, per rispondere a chi ci denigra insinuando che derubiamo i nostri clienti».

«All’estero i colleghi sono rispettati, impariamo da loro»

Giorgio Sibaud, Araldo Viaggi Roma

«L’abusivismo invasivo, incontrollato e impunito massacra più di tutto la nostra immagine: in quale altro Paese le parrocchie fanno l’agenzia di viaggi? La gente non si rende conto di essere in mano a un irregolare.
«Un servizio di RAI 1 annunciava la stagione delle gite scolastiche: neppure un cenno agli operatori e alle agenzie specializzate. Né al fatto che qui l’abusivismo è davvero pericoloso. Nell’incidente di Monteforte Irpino nessuno ha detto che l’organizzazione era abusiva: gente che non ha nulla da perdere, diversamente dai suoi clienti. Mentre noi regolari siamo esposti a controlli feroci e regole persecutorie. Sempre esposti ad azioni legali e ritorsioni.
«Tutto questo anche perché le istituzioni non conoscono il turismo organizzato, sono le prime a non distinguere tra abusivi e non. All’estero le associazioni funzionano perché rappresentano una figura professionale riconosciuta. Negli Usa il fornitore ti identifica dalla tua card professionale. In Italia dopo 30 minuti dalla firma di un contratto di franchising sei già agente di viaggi. Va bene qualsiasi liberalizzazione, ma ora ci vuole davvero un albo professionale, di persone, non di imprese.

«Subito l’albo, e una associazione rifondata»

Gabriele Solinto,Travel for Fun, Pozzuoli

«Faccio l’agente di viaggi da 25 anni, ora voglio un’associazione sganciata dalla politica e dalle lobby dei fornitori, e se del caso rifondata da dentro, perché faccia rispettare la nostra professione. Quindi prima di tutto serve un albo dei professionisti riconosciuti per esperienza e step formativi. Chiarirà quali e quante responsabilità assumiamo nei confronti del cliente, e vale anche per i fornitori che non si fidano di noi e ignorano la filiera. Così alla fine noi viviamo schiacciati tra loro e il cliente.
«Bisogna cambiare subito e bisogna crederci. C’è il modello tedesco, quello anglosassone, tutti sono rispettati. Non possiamo più subire colpi da tutti: istituzioni, media, fornitori. E una volta per tutte affrontare l’abusivismo: siamo invasi dai ‘pulmanari’ che svendono e non hanno legge. Nella tragedia di Monteforte Irpino a Pozzuoli abbiamo perso 40 tra amici e parenti, per la totale negligenza degli organizzatori. Nell’area flegrea noi agenzie non vendiamo più tour in pullman. Ma loro abusivi si, sono ripartiti. E continuano a distruggere la nostra immagine».

«Mi piace l’albo, ma prima di tutto facciamoci pagare»

Salvatore Miano, Miano Tours, Barcellona Pozzo di Gotto, Messina

«È vero, non sappiamo chi siamo, non ce lo sappiamo dire neppure tra noi. Ma l’identità professionale impone una presa di coscienza. Noi ci proviamo, i clienti ci riconoscono.
«Applichiamo fee sulla biglietteria, e gestione pratica sul tailor made. Spieghiamo che questo è il nostro guadagno. E chiariamo cosa diamo in cambio: «Pensiamo noi a tutto. Per qualsiasi problema siamo qui, sempre noi». I clienti fedeli lo trovano giusto, ma chi non paga il nostro lavoro non ci riconosce come professionist, non è per noi. Il nostro cliente quasi non conosce brand e operatori, si affida alla nostra responsabilità, anzi a quella del singolo professionista di Miano Tours, che lo conosce bene. Dovremmo essere più incisivi, farci pagare anche i preventivi, dovremmo farlo proprio tutti. Non è facile, ma non lo escludo in futuro.
«Mi piace l’idea dell’albo: ma massimo controllo sui controllori, che siano terzi, neutrali e corretti. Infine forse è l’abusivismo il più grave danno di immagine per tutti».