Fratelli in affari, ovvero come il business funziona meglio in famiglia

unexpected travel

Giuseppe e Ice Di Francesco

Dal 1995 in giro insieme per fiere e workshop, a contrattare con albergatori, discutere con gli operatori, pensare a nuove mete e itinerari. Senza dimenticarsi le giornate dietro la scrivania, tra mail e telefonate o a parlare e intrattenersi con i clienti. Niente di nuovo per tutti quegli agenti che, da diverse stagioni, condividono l’attività con uno o più soci.

E infatti è così anche per la Unexpected Travel by D&D di Milano, attiva dal ’95 per l’appunto, con una specializzazione sul comparto mice e incentive e guidata con tenacia da Ice Di Francesco e dal suo socio: Giuseppe Di Francesco, niente di meno che il fratello della signora.
«Siamo soci dal ’95 con la nostra agenzia, quando abbiamo deciso di far smettere di guadagnare gli altri e iniziare a farlo noi – spiega Ice -, ma sono quasi quarant’anni che lavoriamo insieme, i primi da dipendenti, come colleghi».
A Ice e Giuseppe si aggiunge anche un terzo fratello, per comporre un’azienda familiare in piena regola.
La ricetta vincente di un sodalizio così lungo tra familiari? E’ presto detta e la sintetizza Giuseppe: «è molto facile, il capo è lei».

Battute a parte la Unexpected Travel è una solida agenzia che vanta una lunga esperienza nell’incentive e nei viaggi aziendali e dalla sua sede a due passi da Porta Venezia, nel centro di Milano, muove aziende in tutto il mondo.
«Avendo un business basato sui viaggi di lavoro, non abbiamo neanche l’agenzia in strada e di scossoni ne abbiamo subiti pochi – racconta Ice -, certo la crisi è stata dura anche per le aziende che hanno diminuito la spesa per i viaggi d’affari ma siamo fortunati: lavoriamo con aziende del settore fotografico ed elettronico che hanno esigenze di muoversi molto e guardano anche tanto al futuro».

Un futuro che potrebbe parlare anche più italiano, a detta di Giuseppe, per il comparto incentive. «Purtroppo con la “fregatura” diciamo così del Nord Africa le mete si sono notevolmente ridotte. Va detto che c’è un inizio di ripresa, anche perché il fondo si è toccato da un pezzo. Purtroppo – osserva Giuseppe -, si vende ancora pochissima Italia: costa troppo e le strutture e il personale non sempre sono all’altezza, quindi si ripiega altrove, a meno che non trovi l’azienda che vuole fare il summit aziendale a Capri o Taormina, ma lì è tutto un altro discorso».
E il rammarico di Giuseppe è proprio legato allo “spreco” del Belpaese. «Potremmo essere davvero il Belpaese ma c’è ancora molto da fare. Basterebbe capire quello che noi abbiamo capito da un pezzo, ovvero che lavorare nel turismo equivale a vendere sogni. E chi può dire di vivere vendendo sogni?»